Il peso specifico del dritto all’oblio nel nuovo Regolamento Privacy

(AGENPARL) - Bologna,  -

Su Interlex, un articolo a firma di Manlio Cammarata approfondisce il modo in cui si è cercato di affermare il principio del diritto all’oblio nel nuovo Regolamento comunitario in materia dei dati personali. Parlando di “difficile equilibrio” che i legislatori europei hanno provato a trovare tra questo diritto e quello di preservare la memoria collettiva, specie in un’epoca in cui il digitale è il supporto per eccellenza per ciò che concerne la produzione, la condivisione e la conservazione delle informazioni, l’esperto di diritto dedica gran parte del proprio articolo proprio a contestualizzare il tema del diritto all’oblio e inquadrare il dibattito da un punto di vista teorico, prima ancora che tecnico-giuridico.

A tale proposito, nel paragrafo dell’articolo intitolato “Un diritto tutto nuovo e i suoi limiti”, col quale si introduce l’argomento e si precedono le indicazioni sull’effettivo “collocamento” del diritto all’oblio nella normativa comunitaria, Cammarata cita, tra le altre, le formulazioni teoriche in materia da parte di intellettuali del calibro di Stefano Rodotà e Vinton Cerf, scrivendo quanto segue:

Il diritto all’oblio è un neonato nella famiglia dei diritti. Se ne parla da qualche anno, da quando ci si è accorti che la memoria dell’internet rende facilmente accessibili informazioni che nel “mondo di prima” sarebbero cadute nel dimenticatoio col passare del tempo. La prima giurisprudenza italiana risalirebbe al 2012 (Cass. 5525/2012) e quella europea al 2014, con la sentenza della Corte di Giustizia sul caso Google contro Agencia Española de Protección de Datos. Ma già nel 2011 un tribunale italiano aveva ordinato la cancellazione di un articolo di un giornale, sulla base di un combinato disposto di diversi articoli del “Codice privacy”.

I diritti che oggi conosciamo, e che spesso sono ancora oggetto di discussioni, si sono formati nel corso dei secoli con un lungo processo di decantazione e stratificazione. (…) Si tratta quindi di una materia dai contorni ancora incerti. Per metterli a fuoco può aiutare il breve capitolo sul diritto all’oblio in Il diritto di avere diritti di Stefano Rodotà. Scriveva lo studioso scomparso poco tempo fa:

«Liberarsi dall’oppressione dei ricordi, da un passato che continua a ipotecare pesantemente il presente, diviene un traguardo di libertà. Il diritto all’oblio si presenta come diritto a governare la propria memoria, per restituire a ciascuno la possibilità di reinventarsi, di costruire personalità e identità affrancandosi dalla tirannia di gabbie nelle quali una memoria onnipresente e totale vuole rinchiudere tutti. Il passato non può essere trasformato in una condanna che esclude ogni riscatto».

Per altri autori il diritto all’oblio non è solo “un traguardo di libertà”. Si arriva a teorie più radicali: per Viktor Mayer-Schönberger il problema è che la memoria indistruttibile della Rete è contraria alla naturale decadenza della memoria umana. È necessario tornare indietro, trovare il modo di cancellare le informazioni online, magari apponendovi una “data di scadenza”, passata la quale se ne verificherebbe l’autodistruzione.

Peccato che in questo modo si cancellerebbe semplicemente la storia. Perché, mentre prima dell’era digitale essa era conservata su documenti materiali, oggetto delle ricerche degli storici, oggi è soprattutto online. La memoria del nostro tempo è affidata in buona parte alle informazioni immateriali presenti sulla Rete, che sono molte di più di quelle che potrebbero essere archiviate su supporti fisici. Stabilire una data per la cancellazione di queste informazioni significa semplicemente sottrarre il nostro presente dalla ricerca degli storici del futuro (il loro problema sarà probabilmente l’estrazione del segnale da una quantità spaventosa di rumore – ma questo è un altro discorso).

Rodotà si rende conto del problema del bilanciamento tra il diritto del singolo e l’interesse collettivo di conoscenza. E conclude:

«Il punto chiave sta nel rapporto tra memoria individuale e memoria sociale. Può il diritto della persona di chiedere la cancellazione di alcuni dati trasformarsi in un diritto all’autorappresentazione, alla riscrittura stessa della storia, con l’eliminazione di tutto quel che contrasta con l’immagine che la persona vuol dare di sé? Così il diritto all’oblio può pericolosamente inclinare verso la falsificazione della realtà e divenire strumento per limitare il diritto all’informazione, la libera ricerca storica, la necessaria trasparenza che deve accompagnare in primo luogo l’attività politica. Il diritto all’oblio contro verità e democrazia? O come inaccettabile tentativo di restaurare una privacy scomparsa come norma sociale, secondo l’interessata versione dei nuovi padroni del mondo che vogliono usare senza limiti tutti i dati raccolti?».

Posti così i termini del problema, si deve prendere in considerazione un aspetto essenziale: la richiesta di rimozione di informazioni in applicazione del diritto all’oblio può riferirsi sia alle pagine che contengono tali informazioni sia ai link presentati dai motori di ricerca. Per il primo caso, basta la lapidaria risposta attribuita a uno dei padri dell’internet, Vint Cerf:

«Non potete uscire di casa ed andare alla ricerca di contenuti da rimuovere sui computer della gente solo perché volete che il mondo si dimentichi di qualcosa. Non penso che sia praticabile».

L’occultamento dei link da parte dei motori di ricerca – non c’è solo Google, ma è di gran lunga il più usato – solleva un’altra questione (oltre a quella di una potenziale “falsificazione della storia”, affidata ai giudizi e agli algoritmi di un soggetto privato).

Il punto critico è che le pagine dei link di Google sono in genere considerate come un elenco esaustivo delle informazioni presenti nel Web su un dato argomento in un dato momento.

Non è così. I risultati del motore di ricerca in risposta a un quesito possono non essere completi e, soprattutto, non sono neutrali. L’ordine in cui vengono presentati è governato da misteriosi algoritmi, che tengono conto anche del “profilo” di chi compie la ricerca, profilo costruito dall’azienda di Mountain View. Sicché a un ricercatore possono essere presentati risultati differenti da quelli presentati a un altro e informazioni rilevanti per l’uno o per l’altro potrebbero comparire solo dopo pagine e pagine di link meno significativi, quando la ricerca è già stata abbandonata.

Basta questa considerazione per minare buona parte della credibilità delle risposte di Google, anche senza considerare l’avviso “Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell’ambito della normativa europea sulla protezione dei dati”.

Insomma, la rimozione di collegamenti in risposta alle istanze di oblio rende ancora più inaffidabile il sistema: non fa altro che aumentare l’entropia delle informazioni disponibili sulla Rete.

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