Il 2017 ed il 2018 saranno il banco di prova della riforma dei porti

(AGENPARL) – Cernobbio, 10 ott – E’ stato presentato a Cernobbio, nella seconda giornata del Forum Internazionale di Conftrasporto, un focus sul settore marittimo. La riforma dei porti è sulla rotta giusta, ma bisogna andare avanti: nel Linear Shipping Connectivity Index il sistema portuale e logistico italiano si conferma stagnante, con una crescita negli ultimi 12 anni di circa l’8% contro una crescita di quello spagnolo di quasi il 50%. Mare e strada assorbono insieme oltre il 95% dei percorsi svolti dalla merce. La fetta più grossa va al mare (58,2%), seguito dalla strada (36,9%), e i porti sono i nuovi hub dove i traffici intermodali crescono in 11 anni del 25% per le rotabili e del 40% per i container; l’analisi fa emergere per la prima volta la prevalenza del mare sulla strada.  L’interconnessione, in crescita, traccia nuove gerarchie: primo attrattore è il settore marittimo, i porti  diventano i nuovi hub e registrano un incremento dei traffici intermodali fra il 2005 e il 2016 pari al +25% per le rotabili e al +40% per i container. Sempre meno luoghi di destinazione finale delle merci e sempre più aree di scambio tra modalità di trasporto, i porti alimentano anche il traffico intermodale su ferro (come avviene in Friuli e Liguria), che realizza negli ultimi 11 anni un incremento del 17% Il trasporto terrestre è invece il principale vettore di raccordo verso la destinazione finale dei prodotti. Mare e strada assorbono insieme oltre il 95% dei percorsi svolti dalla merce (nel 2015 mare 58,2%, strada 36,9%). Il mare che alimenta la gomma e la gomma che controalimenta il mare è la nuova sfida del sistema trasportistico italiano, che dal 2015 dà segnali di ripresa per il traffico merci, anche se su livelli distanti di circa il 20% rispetto ai massimi precedenti la crisi. I camion e la ferrovia si stanno organizzando per assorbire il flusso di merce in entrata e in uscita dai porti, tanto che nel triennio 2016-2018 la crescita prevista delle due modalità (tonnellate per chilometri) è analoga: 4% per la gomma e oltre il 5% per il ferro. I porti quindi sono le valvole cardiache che garantiscono l’afflusso di beni nel Paese; se offrono servizi efficienti il sistema funziona e i trasporti diventano il volano degli scambi commerciali; se ciò non avviene essi si trasformano in trombi e il sistema non funziona. Nonostante la positiva cura dell’acqua portata avanti dal Ministro Delrio, il Paese non è ancora guarito e la terapia non può essere interrotta, ma deve continuare. L’obiettivo di una politica unitaria del settore non può esaurirsi nel passaggio dalle Autorità Portuali alle Autorità di Sistema. Tant’è che, se nel 2015 le Autorità Portuali dei principali 5 porti nazionali governavano tutte insieme circa il 46% delle movimentazioni totali in Italia, le prime nuove 5 Autorità di Sistema ne governano ora il 54%, a dimostrazione di una gestione ancora molto distribuita. Ecco che la Conferenza nazionale di Coordinamento Centrale delle Autorità di Sistema diventa fondamentale per assicurare, con il coinvolgimento delle rappresentanze economiche, il perseguimento di indirizzi condivisi nella politica di trasporto necessari alla competitività. D’altra parte, è importante garantire il rafforzamento delle strutture ministeriali dedicate al comparto. Con la ripresa dei traffici internazionali, il prevedibile consolidamento di modelli organizzativi “hub & Spokes” da parte delle compagnie marittime tornerà a essere importante per la competitività dei porti all’interno dei collegamenti internazionali. Su questo fronte l’Italia soffre di livelli più bassi rispetto ai concorrenti, per giunta in calo nel Linear Shipping Connectivity Index (LSCI), l’indice che misura la competitività di un sistema portuale e logistico in base al network e alla qualità dei servizi di linea offerti dai porti. Un indicatore che tiene conto del numero di navi che transitano nel porto; della capacità totale dei container trasportati dalle navi; la dimensione massima delle navi; del numero di servizi offerti; del numero di imprese che impiegano navi container sui servizi da e per i porti del Paese considerato. I Piani Regolatori Portuali(PRP) – così come introdotti dalla riforma della  Legge 84 del 1994 – rappresentano il primo ed essenziale passo di un organico processo di pianificazione pluriennale. Qual è lo stato dell’arte? Sui principali  25 porti di rilevanza nazionale in 23 anni solo 6 portihanno definito il percorso approvativo. Molti di questi piani già sono vecchi e necessitano di una variante. Il tempo medio tra i vecchi piani e l’approvazione è 53 anni. I restanti 19 porti si sono retti su adeguamenti tecnico-strutturali senza approvare un nuovo PRP, e la media di invecchiamento dei loro strumenti urbanistici è di 46,45 anni. Quindi parliamo di ‘fogli bianchi’.

Related posts

Top