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(AGENPARL) - Roma, 1 feb - Fino a ieri la vicenda legata alla proposta di smembramento dell'Eni da parte della Knight Vinke - oggetto di diversi lanci AgenParl - si è dipanata quasi in sordina. Ma fra il silenzio del Governo e dei politici, la voce che si è finalmente levata per esprimere una posizione netta in merito è quella di Marcello Colitti, oggi in pensione, che ha lavorato nel gruppo Eni fin dai tempi di Enrico Mattei ricoprendo, fra l'altro, la carica di presidente di Enichem e di Ecofuel. L'assurdità del piano di smembramento dell'Eni, spiega Colitti, "è talmente visibile che, se l'Italia avesse un sistema politico normale, nessuno lo prenderebbe sul serio", ma l'assordante silenzio di tutte le figure istituzionali instilla quasi il dubbio che, invece, così non stia avvenendo. E ciò rende necessario spiegare, punto per punto, le ragioni per cui lo sfascio dell'Eni sarebbe totalmente contrario agli interessi del paese.
La Knight Vinke propone di togliere all'Eni il gas naturale, che rappresenta il settore su cui la compagnia è nata e su cui ha creato una delle infrastrutture più efficienti del mondo. Nel contesto energetico attuale, inoltre, il metano si va sempre più affermando come il combustibile del futuro, come testimonia il comportamento delle più grandi multinazionali "che si stanno impegnando a costruire metanodotti internazionali, cosa che l'Eni fa da quasi trent'anni". Togliere il gas all'Eni, allora, significherebbe privarla di un flusso di cassa rilevante, senza il quale gli altri rami della compagnia - la rete di distribuzione, la raffinazione e la petrolchimica, la ricerca scientifica e l'ingegneria - andrebbero incontro ad un destino assai incerto. La stessa sorte, probabilmente, toccherebbe anche alla parte petrolifera internazionale che, senza adeguato sostegno finanziario, finirebbe per cadere nell'orbita di qualche multinazionale. L'integrazione fra settori industriali rappresenta oggi la chiave per lo sviluppo delle imprese, prosegue Colitti, e "le più grandi e potenti sono proprio quelle che operano in diversi settori, con prodotti diversi anche se complementari", proprio come il gas e il petrolio. Nell'affrontare la questione Eni bisognerebbe allora preoccuparsi, in primo luogo, "della salute dell'economia italiana, della posizione dell'Italia sul mercato internazionale e della capacità del paese di riprendere un ritmo di sviluppo che consenta di uscire dalla stagnazione". Colitti paventa che, dopo la scissione, l'Eni si trasformi in una compagnia senza patria, il che, in campo petrolifero - dove gli accordi per la ricerca e la produzione sono negoziati con l'appoggio fattivo dei Governi - rappresenta un assoluto nonsenso. L'Italia, infatti, è un paese importatore di energia e la sicurezza degli approvvigionamenti dipende in gran parte dalla capacità di imporsi ai tavoli di trattativa internazionale grazie ad un minimo di potere e di mezzi finanziari. Questa capacità, attualmente, risiede interamente nel'Eni e, nel caso in cui la proposta di Knight venisse accolta, andrebbe completamente perduta.
Guardando all'economia interna e al mercato del lavoro la situazione non appare migliore. Secondo le statistiche, dividere una grande impresa in una miriade di piccole e medie società significa perdere almeno il 30% della sua forza lavoro, poiché le nuove compagnie tendono a presentarsi sul mercato snelle e senza carichi eccessivi. Come diretta conseguenza, l'Eni sarebbe difficilmente in grado di mantenere il livello attuale di ricerca scientifico-induastriale, facendo perdere al paese la possibilità di mantenersi al passo con i campioni della tecnologia mondiale e causando l'ennesima emorragia di forza lavoro qualificata. Per di più, tutto l'indotto di imprese nato per servire l'Eni di beni e servizi industriali - in particolare nell'area mineraria - perderebbe il principale cliente, con ripercussioni facili da prevedere.
Lo sfascio di una delle più grandi e importanti compagnie italiane vorrebbe essere giustificato con il beneficio di un maggior numero di imprese presenti in Borsa e una promessa di maggiori dividendi. "Ma quando mai imprese più piccole hanno dato dividendi maggiori e più stabili di quelle grandi? - si chiede Colitti - Non è proprio nelle grandi dimensioni e nella multisettorialità dell'impresa la migliore garanzia di successo e di dividendi adeguati e costanti? Sembra, questo, un modo per nascondere ben altro, e cioè il fatto che le società che propongono questo genere di operazioni fanno un sacco di soldi preparando l'ingresso in Borsa delle nuove entità a tutto vantaggio della miriade di consulenti, operatori finanziari e garanti che fluttuano intorno a questi piani di smembramento".
Glo
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